Il Bob Marley del tennis

Campionati, coppe, fantacalcio, tifosi, scommesse e altri sport.
Rispondi
Avatar utente
marcello77
Moderatore
Moderatore
Messaggi: 3398
Iscritto il: sabato 12 maggio 2007, 11:24
Gender: Male
Località: Cosenza
Ha ringraziato: 8 volte
Sei stato  ringraziato: 75 volte

Il Bob Marley del tennis

Messaggio da marcello77 »

Dustin Brown, le ali della libertà.

Ha giocato la miglior partita della carriera. Ha battuto Nadal sul Centrale di Wimbledon e si è battuto la mano sul fianco, sul tatuaggio con il ritratto del padre. Senza la famiglia, e senza mamma Inge che nel 2004 gli compra l'ormai leggendario camper, Dustin Brown non sarebbe qui. "Per giocare bene" ha sempre detto, "devo sentirmi libero".

Ha alzato la maglietta, dopo aver giocato e vinto la miglior partita della sua carriera. Si è battuto la mano più volte sul fianco sinistro, sul tatuaggio col ritratto in bella evidenza di papà Leroy: se non fosse stato per lui, non sarebbe arrivato a sconfiggere Nadal per la seconda volta su due in carriera, nella cattedrale dei gesti bianchi, a pochi giorni dal quarantesimo anniversario del trionfo di Arthur Ashe, l’unico di un giocatore di colore nel singolare maschile. Senza di lui, e senza mamma Inge, che invece compariva, e compare ancora, sulla targa del camper Volkswagen che ha raccolto la polvere dei suoi ritorni e della sua strada per tutti i primi anni di carriera: CE DI 100. L’obiettivo, la posizione numero 100; l’unione che fa la forza, D come Dustin e I come Inge; la partenza, le origini, le radici, Celle.

Si respira la storia in questa cittadina della Bassa Sassonia, che si fregia del titolo di “Grande città indipendente”. Qui è iniziata la dinastia degli Hannover (Sofia Dorotea di Celle aveva sposato Giorgio I, futuro re d’Inghilterra ai primi del ’700). Qui i coniugi Connemann hanno conservato quattro secoli di sampler, gli antichi stampi ricamati dalle dame di corte per riprodurre i motivi sui cuscini e le tovaglie della dote. Da qui parte il Bildungsroman, il viaggio di formazione, di Dustin Brown, il secondo giocatore dopo Alex Corretja ancora imbattuto contro Nadal dopo averlo affrontato due volte. Il viaggio nutrito di indipendenza e nobiltà d’animo del più singolare dei tennisti, che per giocare bene ha bisogno di essere libero e in campo deve esprimere se stesso. E non gli importa se lo chiamano “il Bob Marley” della racchetta.

Rasta come il padre, giamaicano nella gioia di vivere, nelle scarpe, in qualche caso anche una diversa dall’altra, nei lacci colorati e nella musica; puntuale e organizzato come solo i tedeschi sanno essere. È un mix gestaltico, Dustin, che esalta e trascende le singole parti in una jam session più unica che rara. Cresce a Celle fino al 1996. Gioca a calcio e a judo, ma a otto anni si dedica al tennis. Impara tutto quello che sa da Kim Michael Wittenberg, un americano che ha aperto un’accademia non lontano da Hannover, con un obiettivo già ben chiaro: “Volevo diventare qualcuno, avere successo, non mi interessava diventare uno dei tanti giocatori da circolo”. Ma il tennis in Germania costa, c’è da pagare le luci artificiali, la tessera del club, il coach e tutto il resto. Così papà Leroy decide di tornare in Giamaica. Ed è nell’isola del padre che l’eredità genetica di mamma Inge si palesa di più. Dustin ne guadagna in disciplina e allarga gli orizzonti di vita e di carriera.

A Montego Bay i soldi scarseggiano proprio. Nel Paese che venera Usain Bolt e la velocità sulle piste di atletica, il tennis non è esattamente in cima alle priorità dei finanziamenti allo sport. Il presidente della federazione ci mette anche del suo tanto che nel 2010 si congratula via mail per la wild card ricevuta a Wimbledon, quando Brown, già numero 101 del mondo, è entrato direttamente in tabellone. Dustin reagisce a quello che ritiene “uno schiaffo”, un affronto: pensa di rappresentare la Gran Bretagna, proprio in quel periodo ha qualche informale contatto, e deciderà poi di giocare per la Germania.

In Giamaica, si allena sui campi pubblici, pieni di crepe, con qualunque sfera gialla che potesse rimbalzare. Sviluppa il suo tennis con la creatività dell’auto-didatta, che deve venire a patti solo con la sua voglia di non omologarsi, di giocare per dimostrare ed esprimere la sua profonda identità. È così che nasce quel suo repertorio che non ha eguali, e che forse non può avere emuli. Deve affrontare episodi di razzismo, che continuano ancora adesso: gli capita ancora in qualche bar, in qualche club, di non trovare posto la sera. “E se siamo in sei o sette, e non ci fanno entrare perché il problema sono io, allora non è più divertente” dice Brown, che pure si chiama come il promotore della storica causa contro il Board of Education, processo che porterà la Corte Suprema a dichiarare incostituzionale la separazione tra bianchi e neri nel sistema scolastico. Un Brown ha posto le basi di un pilastro nella battaglia per i diritti civili. Sessant’anni dopo un altro Brown testimonia e racconta quanta strada è stata fatta e quanta ancora ne resta da percorrere.

Comincia a giocare, all’inizio degli anni Duemila, i tornei Futures in Giamaica. Spende poco, ma guadagna pure poco. E nel 2004, sembra proprio che sia destinato a diventare quello che da piccolo non avrebbe voluto essere, un anonimo giocatore di circolo. È il bivio più importante della sua storia, e come nelle grandi storie è il momento delle grandi donne. Mamma Inge scommette sul figlio, compra il camper, che ora Dustin non usa più ma tiene parcheggiato ancora in garage e quasi certamente non venderà mai, e riporta la famiglia in Germania.

Non ne vuole parlare molto, adesso, Dustin è sempre proiettato a tracciare nuove strade nel cuore degli altri più che a rimembrare i giorni in cui gioventù splendeva in quei giorni ridenti e fuggitivi fatti di compagni di viaggio che hanno scelto imbarchi diversi ma restano sempre marinai. Nel camper, con tre letti e bagno separato, sono passati tennisti che pagavano Dustin per dormirci qualche notte o perché incordasse loro le racchette, a cifre più basse dell’addetto del torneo. Si creano così amicizie, alleanze, pezzi di vita che diventano viaggio.

Viaggio che porta al 2009, alle finali Challenger e alla prima vera svolta della carriera. Niente a che vedere, comunque, con l’ultimo anno. Con la prima vittoria su Nadal, a Halle, e quell’incredibile tiebreak con Kohlschreiber al turno successivo, a quei cinque match point mancati per quella voglia di far tutto a modo suo che è il suo bene e il suo male. Con una stagione chiusa da numero 89 del mondo senza nemmeno una vittoria negli Slam.

Niente a che vedere con la sua prima volta sul Centrale di Wimbledon. “Pensavo che sarebbe stato strano, che sarei andato fuori di testa” ha detto dopo aver mandato a casa Nadal e squadernato un tennis che ormai non si vede quasi più, “e invece sembrava tutto così familiare. Per me è certamente più facile giocare contro avversari così, perché tanto non ho niente da perdere”.

Il trentenne Dustin ha l’animo giovane del ragazzo fortunato cui hanno regalato un sogno e l’esperienza di chi ha imparato a vedere vita e carriera in prospettiva. “Certo, se avessi giocato meglio a inizio anno” diceva al sito dell’ATP a Halle un paio di settimane fa, “magari adesso sarei un top-50. Ma, guardando le cose da un altro punto di vista, sette anni fa giocavo nei Future e vivevo in un camper. Chi l’avrebbe mai detto che sarei diventato top-100 senza tanti soldi e con una famiglia che non aveva nessuna esperienza di tennis? Loro mi dicono di rilassarmi, di guardare a quello che ho ottenuto, anche se continuo ad arrabbiarmi molto, a vivere male le sconfitte. Però il mio miglior amico, Daniel, mi chiama sempre, che vinca o che perda”.

Ha imparato a non rimuginare sugli errori, su quello che non può controllare, sui punti persi per sfortuna o questioni di centimetri. Ma per conquistare quei centimetri continua a lottare e sudare, a esaltarsi sull’erba come su nessun’altra superficie e giocare il tennis serve and volley che ha fatto grandi McEnroe e Edberg, Becker e Rafter. “All’inizio avevo paura della palla. Facevamo questi esercizi in cui i ragazzi con le prese Continental mi tiravano la palla addosso e l’unica cosa che riuscivo a fare e era togliermela dal corpo. Così ho imparato a giocare la volée. Ovviamente adesso nessuno più mi tira addosso quando sono a rete. Ma non rinuncio a giocare il mio tennis. Se funziona, funziona. Se no, perdo il punto e vado avanti”.

Alessandro Mastroluca - http://tennis.it.

Immagine

https://www.youtube.com/watch?v=QY42TpedlQU

:Bravo: :Bravo:


ODIO ETERNO AL CALCIO MODERNO!!!
Rispondi