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Morto Eduardo Galeano
Il suo indimenticabile libro sul calcio
«Splendori e miserie del gioco del calcio», uscito nel 1997, è un capolavoro
di microstorie che raccontano la passione per il pallone. Nonostante tutto
di TOMMASO PELLIZZARI

«Un giornalista chiese alla teologa tedesca Dorothee Solle: “Come spiegherebbe a un bambino che cos’è la felicità?” “Non glielo spiegherei,” rispose, “gli darei un pallone per farlo giocare». C’è un libro che qualsiasi appassionato di calcio (e letteratura) metterà sempre nella classifica dei 10 più belli mai scritti attorno al pallone: è «Splendori e miserie del gioco del calcio», pubblicato nel 1997 da Eduardo Galeano, lo scrittore morto a 74 anni.

Microstorie
È un libro tutto così, come quella citazione iniziale: di microstorie sulla magia di questo sport, come solo i sudamericani sanno vivere e per conseguenza descrivere. Il gol di Zico così bello che i ciechi chiedevano agli amici di raccontarglielo nei dettagli, il colombiano Carlos Valderrama che «ha i piedi storti, e la stortura gli serve per nascondere meglio il pallone» Diego Armando Maradona che «giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto», la litania «“Sarti; Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Milani (Peiró, Domenghini), Suárez, Corso. Allenatore: Herrera.” Quale altra formazione, a distanza di tanti lustri, è impressa più di questa nella memoria di ogni tifoso, anche non nerazzurro?». Siccome però il calcio può essere tragedia, ecco l’Argentina che nel 1978 inaugurava il Mondiale allo stadio Monumental di Buenos Aires: e intanto «a pochi passi da lì era in pieno funzionamento la Auschwitz argentina, il centro di tortura e di sterminio della Scuola di meccanica dell’esercito. E alcuni chilometri più in là, gli aerei lanciavano i prigionieri vivi in fondo al mare».

Un amore invincibile
«Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio Paese», scrisse Galeano in «Splendori e miserie». Perché il suo amore per il calcio riuscì a essere sempre più forte di qualsiasi disillusione, alla quale l’invincibile romantico del pallone che fu andò incontro più di una volta in temi di diritti tv, merchandising, sponsorizzazioni e cascate di denaro. Perché «per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia». E palla al centro.

http://www.corriere.it/cultura/15_april ... 2869.shtml


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